Natale cruelty free: attenzione alla lana

Categoria : Lifestyle

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Oltre che per l’alimentazione, un momento di riflessione sui comportamenti cruelty free non può tralasciare le tecniche industriali di produzione della lana. Molti pensano che la lana sia prodotta in maniera naturale e non cruenta. La realtà è molto diversa. Poche settimane dopo la nascita, alle pecore viene tagliata la coda senza anestesia, mentre per gli agnelli si procede alla castrazione. Quando le pecore iniziano a produrre meno lana sono mandate al macello e sostituite con animali più giovani e redditizi.

In Australia, in Nuova Zelanda e in Sud America, luoghi dalle elevate escursioni termiche stagionali da dove importiamo la maggior parte della lana – ricordiamo che tali pecore sono geneticamente selezionate per la massima produzione di lana, con conseguenze sulla loro qualità di vita – ogni anno oltre un milione di ovini muore per il freddo e per le ferite. Infatti, la tosatura viene effettuata in ambienti riscaldati a quaranta gradi per rendere gli animali più docili, il più velocemente possibile, con mezzi meccanici o da personale retribuito a seconda della quantità di vello tagliato. Figuriamoci che finezza di modi!

Un esempio dell’estrema crudeltà è la tecnica del mulesing, segnalata da Matteo Failla, con il video della Peta promosso dalla cantante Pink (avverto che è per me è troppo forte, quindi non l’ho visto tutto).

Come fare senza lana? Per gli indumenti è possibile ricorrere al cotone, velluto. ciniglia, canapa e tessuti hi-tech come la microfibra e il pile – ottenuto anche dalla plastica riciclata. E gli accessori? Spesso la pelle è un sottoprodotto della macellazione, ma accade anche il contrario. E se non vogliamo indossare pezzi di animale? La scelta spazia dai modelli classici a quelli tendenza, dall’ecopelle al goretex, dalla tela alla rafia; insomma, tutto ciò che non è mai stato un essere vivo. Portafogli e cinture, borse e borsoni, “chiodi” e mocassini, sneaker, anfibi e sandali, tacchi a spillo o ciabattone: i fabbricanti e gli stilisti di oggetti “senza crudelta’” crescono, e annoverano tra le loro file celebrita’ come Stella McCartney. Le linee e gli assortimenti si moltiplicano ma, per quanto riguarda le calzature, il fornitore cult rimane Vegetarian Shoes, fondato nel 1990 a Brighton, in Gran Bretagna, e decollato quando Robin Webb decise di utilizzare come materiate un tessuto da vela, morbido e traspirante come la pelle. «Spediamo scarpe in tutto il mondo e i punti vendita che trattano i nostri articoli aumentano», scrive Webb nell’introduzione al sito. «Cerchiamo costantemente di migliorare ciò che realizziamo. Il nostro scopo è avere prodotti il più possibile rispettosi, oltre che degli animali, delle persone e dell’ambiente».

Un pensiero anche alle conseguenze dei nostri consumi.. è un aiuto ai nostri beniamini.

[paola segurini – da [url=http://gattivity.blogosfere.it/2006/12/cruelty-free-pero-non-e.html]gattivity[/url]]

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