Umberto Veronesi e il futuro della scienza

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Fosse per lui, le sigarette sarebbero bandite da ogni angolo del Pianeta. Fosse per lui, stile di vita sano e alimentazione corretta sarebbero obbligatori per decreto. Fosse per lui, la prevenzione sarebbe la norma e gli ospedali, volesse il cielo, sarebbero «strutture ad alto contenuto tecnologico» e i medici, nello spirito del vecchio Ippocrate, al fianco dei pazienti nella lotta contro la malattia.
No. Non stiamo parlando del governatore di Utopia , ma di un uomo di scienza, pioniere della ricerca sui tumori in Italia, conosciutissimo e stimato anche a livello internazionale. Per la Società di chirurgia oncologica di Washington, è tra i quattro migliori oncologi del XX secolo, ma per la storia della medicina è il primo a dare una speranza alle donne di tutto il mondo grazie agli straordinari risultati, ottenuti con la tecnica conservativa, nella lotta contro il cancro al seno.
Stiamo parlando di Umberto Veronesi , direttore scientifico dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) alle porte di Milano, ministro della Sanità sotto il governo Amato (il più popolare del centro-sinistra per le sue posizioni in materia di droga, aborto, eutanasia, contraccezione) e, fino a un paio di mesi fa, candidato sindaco dell’Unione per la corsa a Palazzo Marino.
Ho incontrato Umberto Veronesi a Venezia, in occasione della prima conferenza mondiale sul futuro della scienza (21-23 settembre) organizzata dalla Fondazione che porta il suo nome, insieme alla Fondazione Silvio Tronchetti Provera e alla Fondazione Cini.
Un metro e novanta, spirito laico e imprenditoriale, Umberto Veronesi è uomo di poche parole. E già, perché a raccontarla, la storia straordinaria di quest’uomo (che, mentre scriviamo, si appresta a festeggiare i suoi primi ottant’anni) non ci si crede.
Umberto Veronesi nasce a Milano il 28 novembre 1925. Ultimo di sei figli. Il padre Francesco, fittavolo di una cascina in via Bazzini. «Sono diventato oncologo un po’ per caso e un po’ per pigrizia. Al quinto anno di medicina dovevo iniziare a fare pratica. Scelsi l’ospedale più vicino a casa. Ero pigro e non avevo voglia di fare molta strada. L’ospedale più vicino era l’Istituto dei tumori. Da bambino, ci passavo sempre davanti quando andavo a fare il bagno all’idroscalo» .
La storia di Veronesi coincide per molti versi con la storia d’Italia. Ha il sapore di quella verità di cui si trova traccia solo in alcune pagine di letteratura. Giovane partigiano, salta su una mina («mi feci sei mesi di ospedale con cinquanta schegge in corpo») e con i Gap di via Pacini, rischia di essere messo al muro dai fascisti. «Sopravvivere alla Guerra mi ha dato una forza straordinaria che mi ha permesso di affrontare la vita con un senso quasi di invulnerabilità».
Si laurea nei primi anni Cinquanta («dopo un non brillantissimo liceo classico») , decide quasi per caso di dedicarsi allo studio e alla cura dei tumori.
Dice di essere una persona un po’ monotona, ma i suoi mille interessi, dimostrano il contrario. Coltiva la passione per la poesia e lo studio della teologia. Considera il proprio lavoro una sorte di missione.
Lontano dalle sale operatorie, dai laboratori di ricerca e dalle conferenze che lo portano in giro per il mondo, di tanto in tanto, ama rifugiarsi nella solitudine della sua casa di campagna vicino Lucca.
Animalista e vegetariano («nel mio istituto di ricerca non si fanno sperimentazioni sugli animali»), ha nella famiglia un punto di riferimento importante («i figli sono la mia vita»). Sposato a una pediatra di origine turca, Susy Razon, Umberto Veronesi ha sei figli, quattro maschi (uno è il famoso direttore d’orchestra) e due femmine. Impegno e rigore lo contraddistinguono da sempre.
«Qualcosa di innovativo sta avvenendo nel mondo. La scienza vuole dialogare con la religione, la politica, l’economia. Ci troviamo di fronte a una nuova era del sapere e bisogna operare responsabilmente una scelta». Parola di scienziato.

Data Manager: Qual è il suo rapporto con la tecnologia?
Umberto Veronesi : La tecnologia è necessaria e indispensabile. È un grande strumento al servizio della scienza. Non si deve mai confondere il mezzo con il fine perché la tecnologia risponde solo alla logica del mercato e il mercato non è un indicatore che valga quando si tratta di valutare i bisogni dell’umanità.

Progresso scientifico significa però competitività. Qual è il suo parere sulla ricerca in Italia?
In Italia la ricerca è stata spesso finanziata in modo approssimativo. Il problema non è la fuga di cervelli. Io stesso incoraggio i miei ricercatori a fare esperienza in giro per il mondo. Il problema vero è che mancano le ragioni per tornare. Bisogna far crescere la ricerca, creando nuovi spazi per gli scienziati in Italia, offrendo nuovi fondi per l’innovazione, sostenendo e incoraggiando l’operato dei giovani.

Il progresso scientifico coincide con il progresso dell’umanità?
Il progresso non si può arrestare. Il problema sta nel conciliare le ragioni della scienza con quelle dell’umanità. La bomba atomica fu certamente un progresso dal punto di vista tecnologico. Ma fu vero progresso per l’umanità?

E chi decide cosa è giusto e cosa no? Chi fa da arbitro, la comunità degli scienziati o la politica?
È evidente che gli scienziati possono dare il loro contributo sul piano della conoscenza, e la politica sul piano della mediazione con i cittadini nella valutazione degli interessi in gioco. È da questo tipo di dialettica che è nata l’idea di un’ Authority della scienza.

Un’idea che è il cuore della Carta di Venezia, un progetto che lei ha fortemente voluto…
La Carta di Venezia è documento sottoscritto da più di duecento scienziati di tutto il mondo che ha il merito di aver lanciato l’idea di un’ Authority ( www.veniceconference2005.org ) in grado di esaminare le problematiche sociali che il progresso scientifico pone per sottoporne le conclusioni ai Governi e all’opinione pubblica.

Ma dietro la Carta di Venezia si cela l’ideale platonico di un “governo di saggi” o un “comitato di super-tecnici”?
La scienza non vuole insidiare il primato della politica. La Carta di Venezia vuole creare una alleanza trasversale tra scienziati, filosofi, teologi, politici, economisti, giuristi con l’unico obiettivo di affermare il progresso dell’umanità nel rispetto della dignità dell’uomo. La scienza deve, insomma, riscoprire la propria vocazione umanistica per il bene della civiltà, la tutela della vita umana, la salvaguardia degli equilibri del Pianeta.

E la politica deve imparare ad ascoltare…
Che cosa ci riserva il futuro?

Il futuro ci riserva responsabilmente grandi opportunità.
Nuovi protocolli terapeutici, nuovi sistemi diagnostici, nuove cure…?
E perché non pensare a una sorta di “scatola nera” capace di leggere tutto quello che accade nel nostro organismo e di cogliere i primi segnali di allarme di una malattia, rendendo così obsoleta ogni altra forma di check-up?

E la clonazione?
La clonazione dell’uomo non è una ipotesi fantascientifica e non è neppure un incubo generato dalla ragione. La clonazione avrà degli effetti terapeutici positivi. Non capisco perché questo tipo di ipotesi susciti ancora tanto scalpore. Molti fanno letteratura più che scienza. Clonazione non significa bambini uguali in fila come soldatini. Hitler non ha avuto bisogno della clonazione per creare trenta milioni di fedeli. Bisognerebbe spiegare seriamente quali sono le applicazioni di questa tecnica.

Come giudica la storia recente della legge sulla fecondazione assistita?
Una vergogna per un Paese che si definisce civile. Non è un mistero per nessuno. Ritengo che quella legge sia un fallimento per la politica e un passo indietro per la scienza.

Che cosa è il potere per lei?
La capacità di influenzare le menti altrui.

Lei si pensa mai come un uomo di potere?
Mai. Dal punto di vista intellettuale, mi rifiuto di esercitare alcuna azione di plagio o di convincimento.

Eppure, lei è riuscito a esercitare un certo potere nella lotta contro il cancro…
Ho dedicato la mia vita alla lotta contro il cancro. Il tumore dà un volto alla morte. Il tumore diventa il pericolo da sconfiggere, ma guarire da un tumore non significa vincere la morte.

Che cosa è la malattia per lei?
La malattia per quanto terribile è un momento di verità. Ci offre la possibilità di guardare le cose realmente per quello che sono.

La vita e la morte. La sofferenza e la malattia. Storie di vittorie e sconfitte. Come fa a restare in equilibrio, attraversando tutto questo?
Ogni medico impara a camminarci in mezzo. Personalmente, la lunga frequentazione con la morte mi ha portato ad avere due anime sempre più distaccate. L’anima della forza che ti soccorre per vincere la sfida, e quella della sconfitta che ti aiuta a elaborare il distacco.

Quali sono le cose che contano davvero?
La famiglia, il lavoro, la poesia.

La poesia?
Nella mia vita il lavoro ha la priorità. Dormo poche ore per notte e così riesco a ritagliarmi degli spazi per coltivare questa passione. Amo leggere la poesia e confesso di cedere anch’io, qualche volta, alla tentazione di scrivere versi. Mi assolve, se non altro, il pudore che mi spinge a sprofondarli in un cassetto…

E quando trova il tempo di scrivere poesie?br>
Di notte. Di notte i pensieri sono più limpidi. La poesia per me è quasi terapeutica. È un esercizio che ti costringe a trovare le parole giuste per esprimere più chiaramente i pensieri.

Lei crede in Dio?
Ho una spiritualità molto personale. Credo che siano stati gli uomini a creare Dio

[da datamanager.it del 18 gennaio 2006]

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